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Giuseppe Rovella
Sito a cura dell'Associazione Amici di Giuseppe e Turi Rovella  
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INIZIO D'AMORE

Pubblicato in Prospettive d'arte, Milano n. 67, luglio - agosto 1984

 

Al di sopra dell'aria livida, ferma ancora sull'unica strada del villaggio, il volto di Eliosanto Fortezza apparve a Camiola Fortezza come una cosa ricoperta di una specie di farina, che a un tratto cominciò a parlarle nella lingua monosillabica dei morti.

“Tu proprio!”, gli rispondeva tra sé la ragazza: e le venne di ricordarsi dei giuochi e delle risate e delle parlate fatti con lui, dei suoni campanari che salivano dalla gola di quell'uomo, addirittura di personaggi delle favole da lui raccontate le sere, d'una volta, quand'era in vita: “Ba”, come lei bambina lo chiamava, allora. Ba aveva rappresentato molto per lei, e certo un bisavolo non è dato conoscerlo tutti i giorni nel mondo dei vivi! Ma allora? Camiola pensò immediatamente alla formula rituale e, alzando le tre dita superiori della sinistra, con voce schiacciata dal terrore aveva recitato:

Per le tre regole che tenete,

Ditemi dove siete!

Capì Camiola la dolcissima, sia pure col freddo in cuore, che Eliosanto il morto le avrebbe rivelato il segreto fondo di cui lei e solo lei, anche di lì a mill'anni, sarebbe rimasta la sapitora? Nel complesso, i Fortezza pensarono sempre di sì, se anche tutto continuò come prima a scivolare sul filo di giorni e ratagiorni, e Campo Pura non interruppe per niente il proprio cammino d'anni. Lei stessa, per il breve periodo che le era stato concesso di vivere ancora in famiglia, avrebbe trovato improprio, per non dire inopportuno, che le si rammentasse il suo incontro con Ba all'alba di quel giorno. Ma ciò non vieta ad alcuno di supporre che Camiola Fortezza capì davvero che per lei non restava che andarsene, magari sperando che un giorno lontano, chissà, l'incantesimo si sarebbe spezzato. Lei avrebbe parlato di bocca sua e danzato coi suoi piedi nel vento, sui sette angoli celesti di Campo Pura: e solo allora sarebbe sopraggiunta la fine…

Per il momento, però, Camiola Fortezza non ballò né danzò in nessun angolo della terra, per il semplice fatto che morì tre giorni dopo l'incontro con Ba e rimase con la bocca aperta sotto un fico del terzo campo di levante. Prata Fortezza sua madre, appena la figlia fu composta nel letticello, mandò via i presenti e, tenendo in mano una verga d'ulivo, aveva interrogato la sua morta perché dicesse e il come e il perché. Un gallo annarolo venne ucciso, apparecchiato con foglie di mortella e lasciato per due ore nella stanza, ma nessuno dei Fortezza era riuscito a spiegare la morte sùbita d'una ragazza sana e fresca: anzi, ognuno se la spiegò a modo suo, e tutti rimasero dubbiosi e convinti.

Chi, invece, seppe spiegarsi da sé la propria morte, e si armò d'una convinzione mortuaria ben salda, fu la stessa Camiola. La quale, proprio all'ultimo momento prima di lasciare la casa ed essere sepolta alla Pinita accanto agli altri incontabili Fortezza, carpì di petto il senso della venuta di Ba. Aveva allora sorriso dinanzi alla piatta di terracotta col gallo alla mortella, e anzi, passando accanto a Prata, le aveva lasciato cadere sul grembo una foglia della rametta: perché ormai lei pure era convertita al mondo dei più, e dietro Ba se ne andava, e Ba la guidava verso il cateratto della Pinita.

Forse si trattava d'una complicata storia di gesti, che era esattamente la cosa che a Campo Pura avevano sempre chiamato “la morte”. Ma Camiola non poteva certo ricordarsene perché, giunta al termine del suo viaggio con Ba, aveva constatato che delle famose tre regole non esisteva neppure l'odore. L'unica regola, semmai, era che lei doveva un po' ricordarsene da sé, senza l'aiuto di nessuno; e rifarsi la vita, col gelsomino accanto alla casa, e il camminare ridere piangere o danzare al lume di mondo, col vento la luna e l'aria.

E intanto, cominciò col guardarsi attorno. Osservava la terra che la portava, essa benedetta, terra-come-terra; e c'erano alberi, fiori di bella abbondanza, che, sebbene avessero un colore grigio-tenero, mandavano odori naturali lievemente mielati, conche di rosati viaggi, terre lontane e dolci…Provò a staccare un ramo di betulla, e questa trasudò un liquido di colore incerto con un profumo simile a quello della betulla dell'Etna di Campo Pura sin dalla sua fondazione, almeno secondo quanto lei medesima aveva appreso da bambina. Camiola cominciò allora a ricordare… Dunque era stata lassù, possedeva il ricordo della terra: altrimenti come avrebbe potuto paragonare le piante, i fiori dei due mondi? E ripeté il proponimento di ricostruirsi subito, e da sé, l'acqua e il vento e i sogni: a poco a poco avrebbe intrapreso la strada del ricordo, a poco a poco avrebbe risentito certi nomi, come Prata, Salvatore, Rinato, Rossolina, tanti altri. Guardò più attentamente il posto. Una luce argentina correva a fascia sull'orizzonte del regno dei morti, mentre sciami di persone trascorrevano dentro questa fascia, nello sfondo curiosamente iridato. Era il suo mondo, di lei, Camiola, il cateratto della Pinita, che ormai la teneva da parecchi giorni, o tempi di giorni (ma erano poi tanti?), era il mondo suo da quando era morta…Sì, perché non c'era più dubbio. Lei si avvertiva dolcemente trascorsa, avvolta da una sua tiepida carnalità e ancora probabilmente in sangue, ma, al contempo, scivolata in una stanchezza gioiosa che non conosceva limiti, o, almeno, non sembrava; e anzi, allargava sempre di più l'aria e la terra di quel luogo silenzioso in fulgenze rispente, quietamente larvali, dov'era incorporata una musica originaria dei tempi. Un posto perfino promettente, poi! I vecchi narrari di Campo Pura, le paure trasmesse da coloro che le avevano detto “tutto” sul mondo dell'aldilà, le stesse sue impressioni d'una volta si dissolvevano in una nuvola candida bordirosata che, a sua volta, circonfondeva di luci le persone in carne e ombra che con lei abitavano nella “nuova” dimora. E non c'era nulla di nulla, per il resto: solo l'aria, la terra, l'acqua del fiume detto dei “Semprenuovi”, i fuochi orizzontali che si accendevano e spegnevano a misura, forse segnali di qualche potenza nascosta dietro le ombre sciamanti, odori intemerati di grani che salivano dai campi…

Ad un tratto, mentre riscopriva gli elementi della sua vita di ragazza, quando danzava nel giro a vento delle sue stesse carni azzurrine di bionda, s'accorse che accanto a lei si era fatta una grande buca d'erbe e diamanti e perle di luna; e da questa buca erbe-diamanti-perle si levavano, incarnati e solitari, tre esseri umani d'ombra chiara. E Camiola, guardando a secco, vi ravvisava le donne Fortezza di almeno tre generazioni antecedenti la sua, tutte di Campo Pura, dai secoli di canti spighe e raccolti d'altri tempi. E, a mano a mano che si avvicinavano a lei, le creature sembravano sorriderle in perfetto sangue: la prima che scendeva come barca in banchina, col piede sinistro leggermente danzante, la seconda dal ridere saligno di melagrana, la terza un po' triste e sperduta, come a cercare a buon conto il senso del mondo.

'Camiola Fortezza, però, sapeva ormai che il senso del mondo era là, nella plaga di perle e nel divenire d'acqua e luna del regno dei morti. Perciò abbracciò d'affetto e santità le sue antenate e disse solo - Buongiorno -. A coro risposero quelle:

- Buongiorno -, e si chiamavano esattamente come nel mondo della terra, cioè Rossolina, Praja e Cardina. Del resto, pensò Camiola, anche qui splende un sole d'aria, biondo cenere, che s'alza la notte e tramonta il mattino, e questo sole non disturba il coro dei nomi né i gesti e i sorrisi delle ombre, qualunque sia il tempo impiegato per parlare sorridere e perfino scherzare'.

Poi Camiola smise di pensare alle cose del suo nuovo specchio di mondo, e piuttosto si dava a guardare più attentamente le sue compagne d'apparizione, tantopiù che si trattava di donne Fortezza, con le quali - suppose - avrebbe trascorso ore e giorni, forse interi cicli di tempo, se di tempo poteva parlarsi, sempre di nuovo, in quelle condizioni. Le tre donne si erano disposte in fila, alla sua sinistra, con un fare di movenze lisce e appartate che alla ragazza richiamò, chissà perché, il movimento verdolino delle anguille nel fiume di lassù, a Campo Pura.

Rossolina Fortezza, il cui piede danzante emetteva ogni tanto un suono di memorie che trillava sull'erba del campo come venticello primaverile, le disse di essere nata in tempi lontani, quando i Fortezza pascolavano i loro greggi sulle pietraie e lungo i margini delle vie regine. E, in effetti, camminava come pastora in monte, e intercalava i suoi discorsi con mottette tipiche della sua antica origine, come “arà” e “bruccà”, e aveva voce caprina e sensitiva, che certo doveva salire dal suo grembo d'orzo dorato. Rossolina, che era alta e rossiccia, si dava inattesamente a un ballo di furie autunnali; tempestosa gesticolò con l'indice a comando e appannò l'orizzonte con la sua figura. Si trattò solo di un istante, ma bastevole per dare a Camiola l'impressione di venir trascinata su un'immensa altalena, dove le sue vesti si trasformavano in tante pannelle d'oro e fuoco...

- Non ballavo così, una volta - gridava Rossolina pastora ancora col fiato denso, mentre Praja e Cardina battevano le mani, e ridevano e approvavano. Camiola cominciò a imparare alcune cose del cateratto, dove ormai, a distanza probabile di soli pochi giorni, si avvertiva aerea e corposa insieme, sollevata dalle cure che l'avevano angustiata a Campo Pura, come se riposasse alle origini della vita e del mondo. E si accorse, ad esempio, che non desiderava nulla del mondo di lassù, ma, al contrario, avrebbe tutto trasferito quaggiù, tra le dimore dolcipiane della Pinita. Ma, a un tratto, faceva pensiero su pensiero,: e se fosse tutto un inganno? Voleva dirsi: quella dolcezza, il riposare contento e uniforme, la stessa aria grigiolina della dimora… tutto questo poteva consistere in un'apparenza messa in atto dagli spiriti maligni, quelli con-le-ali-rosse, di cui aveva sentito parlare tante volte a Campo Pura. Furono le altre due, Praja e Cardina, a rassicurarla, perché il pensiero dei morti riesce a penetrare il mondo e lo stesso pensare degli altri morti, per cui l'insieme di pensieri sentimenti simpatie e antipatie di quel regno diventa come un velo di culla, dietro il quale ognuno è come se fosse l'altro, e c'è una vita mortuaria comune. I nuovi arrivati dapprima si meravigliano, e anche reagiscono, dato che conservano ancora i sentimenti dei “vivi”: ma poi capiscono e si ricordano della loro vita delle origini, quando danzavano come farfalle intorno al Fiume delle Dimore Celesti, molto ma molto tempo prima di scendere nei corpi terreni…

Camiola Fortezza non faceva eccezione, era, anche lei, restia ad accettare il suo nuovo stato, diceva ancora “io”, e tirava continui paragoni tra il mondo della Pinita e Campo Pura, tra su e giù. - Non pensare a quelli con le ali rosse -, l'accarezzò Praja, che era una creatura dai capelli biondi e lunghissimi, e appariva tenera e sollecita, un'acqua di fonte. - A quelli con le ali rosse -, ripeté la sua compagna Cardina, castana e occhi terra fresco-arata, e con una vaga malinconia sulla fronte. E, con due voci e un solo orgoglio di fonte, si misero a narrare: narrare di come un giorno avessero dovuto lasciare Campo Pura a causa di una ventata storta che si era messa a soffiare sul tetto della loro casa, allora piccola e con un solo comignolo controvento; e di come i Fortezza avessero poi chiamato quel tempo “delle nache verdi” perché la malattia aveva costretto stelle famiglia e animali a emigrare sugli alberi, dove soltanto, secondo il consiglio d'un vagabondo di passo, potevano se non guarire, almeno scomparire tranquillamente in bolle d'aria, seduti su altalene di nuvole; e di come le ragazze ascendessero su Primosole, la più grande quercia della terra dei Fortezza, come in albero nuziale, cantando e scialando e trippando di ramo in ramo. Ed erano rimaste tre giorni e tre notti, ma la terza notte Praja avvertì sulla coscia destra un suono d'orologio e cadde per prima, mentre Cardina la seguì dopo tre ore e non diede né suoni né scrosci, ma soltanto il grido della sua bambina Santalì, che, invece di morire regolarmente, veniva da una misteriosa spinta d'un ramo di Primosole costretta a risalire di sette spirali il cammino generazionale dei Fortezza, e di questa bambina s'era perso anche il fumo, sia nel mondo dei vivi che in quello dei morti… E qui Cardina si metteva a mormorare questa canzonella:

Aspetto la colombella

nella valle cinerina,

come una fogliolina

scende la colombellina

nella valle cinerina…

Camiola Fortezza comprese che anche alla Pinita esisteva l'attesa, esisteva il contrattempo, esisteva la follia (più pacata, questa), e si confortò che a lei fosse stato riservato un destino diverso da quello di questa Cardina, chissà.

A vedere due tempi dopo, Rossolina Fortezza invitava Camiola a visitare la sua casa. - Vedrai, vedrai che bella casa mi son fatta! - la carezzava affettuosamente.

Camiola non volle, o non poté, immaginare che la gente della Pinita potesse farsi una casa, e avvertì all'orecchio sinistro come un sibilo di richiamo, una vecchia nenia casalinga che saliva da altri posti: quali, lei stessa non sapeva. Aperse la bocca quasi a inghiottire le note, ma proprio allora Rossolina la faceva entrare in una capanna di legni, addobbata all'interno con stoffe finissime, che suscitavano alla ragazza un sentimento di lontananze sfiancate eppure allettanti, forse un invito a riposare a tutto dimenticare, perfino le cose più care… Del resto, niente esisteva oltre quelle stoffe, se si eccettua un enorme fiore giallo simile a un giglio, sui cui petali trasparenti Camiola credette di veder passare la figura di Rossolina capraia mentre spingeva avanti una mandria sterminata di pecore e capre. Aperse gli occhi, e si accorgeva che all'interno del fiore era sistemato uno specchio di rame e dentro questo specchio passa e spassa la Rossolina nei tre momenti della sua vecchia vita di Campo Pura , almeno un secolo prima. Il matrimonio con Somiano Fortezza capraio nomade sceso dalle regioni del Nord, che all'orecchio destro portava l'orecchino a serpente, e parlava più con gli occhi azzurri che con la bocca a fuoco, e quando alzava la fronte sul gregge il suo diamante straluceva come un coccio di brace; la nascita della figlia Arca Fortezza; la morte della stessa Rossolina mentre assecuta la capra fatata detta Labimanda.

Rossolina fece sedere la sua ospite su un tripode di ferro, e Camiola avvertì che qualcosa di estraneo era entrato in quel momento dentro il suo sesso e si guardò intorno tutta spaventata.

Questo è il tuo primo cuore - disse Rossolina, e fissò a lungo la ragazza coi suoi occhi allumati di capraia. E cominciò a spiegarle che nel cateratto della Pinita avveniva che gli atti compiuti dai parenti di Campo Pura, in occasione di un rito di morte, risuonavano a tamburo nel corpo caldo-sangue del defunto, tanto che lei medesima aveva provato su di sé, ormai tanto tempo fa, sia i pianti che le risa fatti da quelli di lassù alla sua morte saltarola. - Cuore terra e cuore sottoterra, - concluse - dev'essere che tua madre s'è incorporata qualche frutto e ora lo tiene a forza, e cuore di cuore ti colpisce, capruzza mia! -

Camiola non le rispose, e silenzio. Camiola diede un altro sguardo alla casa di Rossolina e, dopo qualche minuto, andò a gettarsi sopra un prato, dove cacciò l'altro “cuore”, cioè tre nespole e quattro ciliegie, e, appena i frutti furono a terra, si sedette stanca dietro il fumo dell'aria, e inseguì i pianti di sua madre e delle altre donne, che la chiamavano tra erbe e nuvole, nel vuoto dolcissimo di quel cielo. Lei non sapeva che era l'ultima volta, quella, e che tutto sarebbe andato in dimenticanza.

Ma al di qua di ogni dimenticanza, Camiola viveva ancora di queste sue impressioni sulla nuova dimora di vita e di morte, e una volta scoperse di non avere neanche rivisto il suo bisavolo Ba, che poi era l'uomo che le aveva fatto il richiamo di morte. E come mai?, si disse. Ba doveva esserci, da qualche parte. Ba di qua e Ba di là, nessuno parla, nessuno grida in questo regno cinerino: infatti, basta un segno di lontano, anzi basta un alito di silenzio per richiamare l'attenzione della persona desiderata. E Camiola si propose di attuarlo, un qualche silenzio, perché era davvero smaniosa di vedere di persona Eliosanto il bisavolo, snidarlo dal suo nascondiglio, magari conoscere da lui proprio la verità… Ma Ba non emergeva dai gruppi di gente che trascorrevano da ogni parte, da nessun luogo compariva, mai-c'è-il mondo-e-mai-c'è-l'eterno: di Ba né corpo né ombra. Camiola stava per cambiare pensiero, quando si ritrovò davanti a una pianura di erbe e steli, al centro della quale esisteva soltanto un enorme albero di pero, tutto pieno di fogliami dolci e pendenti. Si sedette su una pietra, e, rinfoderando i suoi sensi dentro il cuore, guardò un po' verso l'alto, dove gli intrecci dei rami quasi oscuravano di verde le zone dell'aria. Le sembrò di essere a Campo Pura, in uno dei grandi pascoli pomeridiani, a tre passi dalla gioia dolce della casa. Poi, d'un tratto, scuotendosi dal sogno, sentì alle spalle un vento quasi terrigeno, che faceva dondolare i rami e perfino smuoveva la pietra sotto di lei; e da quel vento sbucava un giovane bellassai, occhi celesti, incedere solenne, carnagione di rame fino. Il giovane alza le braccia davanti al grembo di lei, e, fissandola coi suoi occhi stella-mare, annuncia: “Sono Cherillo il Risuscitato, aprimi la porta! “.

Camiola capì a lampo che il ragazzo aveva appena lasciato il mondo di lassù e ora seguiva con scrupolo le istruzioni rituali dei suoi parenti. Guardò più attentamente questo Cherillo e si accorgeva che lui portava ancora all'orecchio destro un fiore di godezia della ghirlanda funebre, e ne ebbe dolore, ma dolore fuggi-e-passa: tanto che subito dopo gli sorrideva, e lasciava che tutti gli altri pensieri dirupassero, perché Cherillo era un bel figlio, e come non lo era, lui! - Io non sono quel che cerchi, bada, tu! - gli parlò ancora risolente; e lo toccava con le mani non tanto per accertarsi della sua consistenza in sangue, quanto per una sorta di desiderio terrano e tremolino, che ora provava per la prima volta, razza di cose inaudite! E lei si ricordò - e questa volta con sentimento civettante - che era una ragazza femmina e già qualche volta aveva ricevuto sguardi di senso e anche parole in tono basso e cieco da ragazzi maschi del villaggio; e fu in curiosità di sapere da lui come la cosa fosse andata e che tipo di “chiamata” avesse avuto, lassù.

Ora, Cherillo Apricanto non aveva avuto nessun tipo di chiamata, se si eccettua il sogno fatto tre notti prima, nel quale aveva visto lo scontro di due stelle nell'aria di Campo Pura, e tali stelle finivano per inghiottirsi a vicenda, lasciando a terra una fossa nera e profonda. Pastore di generazioni, alto biondo e faccia di lume, Cherillo, nell'inseguire una capra, era stato inghiottito a sua volta da una grotta apertasi improvvisamente sotto i suoi piedi, e solo dopo un giorno e una notte di ricerche, era stato trovato morto e intatto senza una ferita apparente, il volto composto a luce azzurrina e la mano destra che ancora stringeva il bastone a comando. Violetta Apricanto sua madre lavò il corpo con acqua di ruta bianca e gigli d'asfodelo, secondo la tradizione mortuaria degli Apricanto, ma connesse suo figlio al ricordo dei pastori Apricanto che erano morti per salto di greggi. Cherillo aveva ascoltato i lamenti delle donne di famiglia, e, una volta raggiunto il regno a basso, aveva capito che aveva inseguito la capra Labimanda, la quale appariva ogni cent'anni, e altri non era che la fata della morte.

A questo punto, Camiola lo invitò a lasciar perdere capre e fate perché, a suo giudizio, la cosa più importante era che loro due si fossero incontrati, e lo indusse a fare un ballo insieme su quel prato; e lui, se era vero ciò che degli Apricanto avevano sempre detto, poteva cantare e danzare per un giorno intero. E finì che Cherillo guardò Camiola e si convinse di colpo che per lei non poteva trattarsi né della capra Labimanda né della fata della morte, ma di una ragazza in carne e ombra, una fresca rosa detta Camiola Fortezza, con la quale la sua giovinezza doveva fare i conti, non importava più se nel mondo dei vivi o in quello dei morti.

E così, Camiola e Cherillo si abbracciarono in ardore, e sul prato si trascinarono per quattro tempi e sette durate, tanto che ballarono e cantarono senza mai lasciarsi un istante, finché caddero esausti sopra una naca di terra ripiena di asfodeli.

La neodefunta Camiola Fortezza aspettò invano che il suo Cherillo tornasse in quello stesso punto…Non venne né il giorno dopo né tre giorni dopo, e neppure un mese dopo, e non certo perché Camiola contava e ricontava ancora allo stesso modo di lassù. Lei capì di non essere né disperata né rassegnata, e quel tocco di entusiasmo che aveva avuto incontrando Cherillo, ora lo componeva come in una nicchia lontana, quasi al riparo della sua stessa passione. E riprese a vagare per il regno dei morti. Ogni tanto incontrava Praja e Cardina, e ne era contenta. Praja, un po' per gioco e un po' per serio, si metteva ad auscultarsi la coscia destra, mentre Cardina apriva le braccia bionde sotto la luce violetta che a ondate arrivava dall'orizzonte di levante, e mormorava uno scongiuro per la sua bambina morta Santalì, della quale continuava a non sapere niente di niente.

Rossolina Fortezza, invece, la si vedeva molto meno, e, sebbene il tempo inseguisse ritmi diversi nella dimora dei morti, Camiola riusciva ancora a percepire le differenze, gli attimi spezzati, i conti che non tornavano…Rossolina e la sua casa, per esempio. Chiese di questa alle due ragazze, ma ne otteneva in risposta un gesto assurdo di Praja e un ridere cupo di Cardina. Decideva allora di cercare la “casa” di Rossolina, e si mise in cammino: ma quando la riscoperse, nascosta tra le altre case e capanne, si accorgeva che case e capanne diventavano enormi muri di scaglie ingessate, e dietro i muri di gesso si alzavano alberi e alberi a luce infuocata e respingente. Camiola si accorse di avere smarrito il suo tempo, quel percepire tenero-ventoso del tempo terreno che finora l'aveva guidata, e addirittura di sentirsi trasportata su un oceano d'acqua e aria, dove tutti i naviganti che incontrava la chiamavano “Gocciolina”, le sorridevano sì, ma non si fermavano e passavano oltre. Insomma, Camiola era sola, solissima, in questo cateratto, nonostante lo sciamare di morti e il fuggire di luci nella fascia d'orizzonte lontana: e nonostante il mormorare dolce-antico del Cento fontane (tante ne sapeva da viva e tante forse ce n'erano!), e quei fuochi sospesi nell'aria. E lei rifletté che era meglio, probabilmente, lasciare quella plaga e mettersi in cammino verso altri posti, dove certo dovevano esserci altre persone più allegre, chissà, e comunque meno angustiate da così strani problemi come quelli che affliggevano le sue presuntive parenti. Camminando camminando avrebbe potuto incontrare Cherillo, ritrovarlo così, in qualche angolo di luce modesta, anche lui in cerca di persona con la quale spartire il proprio tempo. Camiola si rendeva conto, in questo istante, di desiderare - non esisteva altra parola, per lei - l'amore di quel giovane tutto mistero e aria celeste, del resto il primo uomo in carne e rosa che avesse visto da quando Da quando, a proposito? Forse cominciava a oscurarsi nella sua mente l'immagine del mondo della terra: i suoi parenti, Campo Pura lassù, i seminati e gli alberi delle terre dei Fortezza, e tutti quei greggi di capre che vi trascorrevano in continuità…Oppure si trattava di scoraggiamento bellebuono, di quel sentimento di solitudine antica del quale sempre avevano sofferto, nella tradizione orale, le donne Fortezza, sin dai tempi lontani della loro nascita dal bosco di querce e perastri, che chiudeva a sud Campo Pura.

Ma ecco, mentre desiderava cose su cose, Camiola vide passare Rossolina, e la chiamò:

- Dove sei stata, Rossolina mia?

- E dove vuoi che sia stata, Camiola mia? C'è tanto da vedere , credimi a casa mia… perché non vieni, Camiola mia?

- Non vedi che ho perso la stella mia?

- E perché non mi cercavi, bambina mia?

- E dove, se non c'era né casa né badia, ma solo alberi infuocati dietro la via?

- E tu digli questa regolìa: Stella mia / non andar via , / conosco la madre mia / il pero di casa mia / e la capruzza alla campìa .

E Rossolina capraia, in piena fierezza di poppe provocanti e fianchi esperti di antiche battaglie maritali, si prendeva Camiola sotto braccio; e cammina che ti cammina, andarono a tenersi davanti a un palazzo altissimo con una sola porta centrale e una finestrella murata di rossi, enormi gigli. Camiola, che aveva creduto di ritrovare la vecchia capanna di tronchi, rimase delusa, perché quella che aveva davanti era una costruzione molto ma molto diversa, e lei fu come attraversata da una corrente di stupore sensitivo, che la fece sobbalzare. Guardò meglio il posto, e si accorse che la casa-palazzo era circondata da un groviglio di fogliami che parevano sospesi al di sopra dei tronchi, e dietro questo groviglio spuntavano altri palazzi di formidabile solitudine, edifici altissimi e con finestre immurate al di sopra degli embrici azzurri, e sui cui tetti a tegole gialle galoppavano veri e propri cavallini di carne rosata, talvolta al passo e talaltra in furiosi giragira da balletto…

Camiola guardò negli occhi Rossolina, ma questa la rassicurò. Si trattava solo di una mutazione stagionale, dato che la Pinita, le spiegò, attraversava stagioni venti e altri elementi errabondi dei luoghi, i quali potevano assumere le forme più disparate. E, prima di aprire la porta con una grossa chiave di ferro, si voltò a guardare la ragazza, e i suoi occhi azzurri ebbero un sentimento di gioia e il suo passo un accenno di danza: - Arà, Camiolina mia, entra bambina mia…

Camiola Fortezza non avrebbe mai dimenticato l'istante in cui la sua parente Rossolina Fortezza la invitava a entrare in quella stranissima casa-palazzo, mentre con la mano scostava i gigli pendenti sulla porta d'ingresso: perché, cosa successe sotto i suoi occhi inorriditi? Apparve una scena del tutto inattesa, e cioè la morte della sua nonna Rinata Fortezza. Camiola si ricordò di aver lasciato sana e fresca la nonna Rinata a Campo Pura: e ora era giunto il momento che anche costei lasciasse il mondo di lassù e si mettesse in viaggio per la Pinita! E scopo di tale viaggio era quello di ritrovare la nipote Camiola figliuzza cara / chissà dove / chissà dove tu sarai. Bionda e robusta, Rinata Fortezza una donna era, una capace, al tempo di mietere, di ammanucciare un covone intero, oppure di guidare in perfetta regola un gregge di capre, cosa, questa, tutt'altro che facile a causa della risaputa natura diavolina della capra, come tutte le donne Fortezza sapevano. A Camiola venne davanti tutta la bella storia di Rinata Fortezza sua nonna. Una volta, la sera, Rinata scioglieva i suoi capelli, che si erano conservati biondi e intatti e lunghi, s'aggiustava sul capo la glimpa bianca col cerchietto d'oro - abitudine che risaliva alla sua nobile radice sicula - e, chiamate a sé Camiola e le sue cugine, si metteva a raccontare le avventure interminabili del Re Spigabacco, tutte cose che lei stessa aveva inteso da bambina da una sua antenata omonima, antenata che finiva anche lei per entrare nella interminabile raccontazione. Senonché, parlando parlando, una volta a Rinata era uscita di bocca una lieve e quasi soave malevolenza su Eliosanto Fortezza suo defunto zio, e non disse né lo scongiuro “scialamorto” né niente; e, dopo qualche tempo, ecco che questo Eliosanto si era portata via la bambina sua d'oro e d'argento / come la naca / del firmamento , lasciandola in pianto amaro e privata della sua migliore ascoltatora quale appunto era stata Camiola la bionda.

Camiola Fortezza comprendeva tutto, ora: compresa la curiosa irrequietezza della nonna Rinata, gli ultimi giorni che aveva potuto frequentarla a Campo Pura, prima della discesa alla Pinita dietro le spalle di Ba…Ma ora, dopo aver visto il trapasso dell'antenata, Camiola si sentì gettata in una solitudine nuova e ancora non provata, quella dell'assoluto svanimento, come se ogni cosa diventasse fumo e solo fumo. Tornata in sé, infatti, si rendeva subito conto che non rimaneva niente e di Rossolina e della casa-palazzo. Tutto era tornato come prima, e per fortuna i prati erano ancora pieni di fiori gialli, il cielo regolarmente cinerino e laggiù, sempre quieto e misterioso, scorreva l'orizzonte iridato coi suoi sciami dorati di defunti…Cominciò allora a sospettare che lei, Camiola, potesse patire allucinazioni e strane visioni, dovute probabilmente alla nuova situazione mortuaria in cui era entrata, sempre ammesso che non tutto fosse un sogno quel mondo della Pinita, mondo che le avevano sempre indicato come quello della destinazione finale di tutti i Fortezza, dopo la festa di vita a Campo Pura. Ma cos'era dunque questo “cateratto”, quali verità o menzogne racchiudeva? E poi: era o non era un regno, una tenera notte, un gioco del cielo, una città, una nave di sconosciuti passeggeri? Ecco: sia pure per un solo momento, Camiola immaginò di trovarsi su una nave di eccezionale densità, massiccia come un castello e mobile come la nuvola-gatto della montagna nello sfondo d'orizzonte a Campo Pura. E in questa nave viaggiavano uomini e donne sconosciuti tra di loro stessi, i quali danzavano e cantavano in cerchio in sintonia con le onde marine che, a loro volta, giocavano coi vortici scuri dell'aria; e nessuno era triste, essendo quella la nave detta “sagittale”, fornita di una vela bianca colma di ricami di strani animali, di un albero tutto d'oro, e di una musica così dolce e sommessa che tutte le creature d'acqua e di cielo la seguivano docilmente nel suo cammino verso l'ovest, sempre verso l'ovest. Ma, a un certo momento, la nave sagittale lasciava la sua rotta e, senza né chi né come, se ne andava infollendo di qua e di là sopra i flutti (il mare frattanto si era gonfiato), finché non andava a sbattere contro gli argini violetti dell'orizzonte iridato, che, colpito, si arrendeva all'evidenza dei colori e, da fascia visibile, diveniva linea di silenzio, sfondo ai cammini interni dei morti al di sopra dei verdi, verdissimi prati…

Nave orizzonte prato / non c'è nave né orizzonte né prato…

Camiola è triste, oggi, ieri oggi, oggi domani, sempre… Sospetta, chissà perché, di non trovarsi più in nessun luogo, di non essere né viva e nemmeno morta, anzi di non sapere proprio chi sia. “Ma tant'è, morte è sorte”, si dice per farsi coraggio, e accetta, per il momento, il suo stato, se anche da lei tutt'altro che conosciuto. Campo Pura le appare lontano e lontanissimo, sebbene lei stia ora danzando nel vento, sui sette angoli celesti del suo villaggio… E improvvisamente Camiola Fortezza desidera di rivedere Cherillo e, per tale pensiero, avverte un brivido di caldo alla nuca, sapendo bene che Cherillo Apricanto pastore è solo un morto, e risusciterà.

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